L’Europa fra Sovranità e sovranismi.

Angelo Consoli

Il dibattito sull’Europa negli ultimi anni si è avvitato in una sterile contrapposizione fra Europeisti e anti europeisti sovranisti.

Da un lato abbiamo i difensori dell’establishment europeo  che sono responsabili dal 2003 in poi (la data coincide con il referendum francese che bocciò la Costituzione Europea), della deriva Europea da grande spazio transnazionale di libertà e opportunità per tutti i cittadini, in cane da guardia della stabilità finanziaria per le lobby fossili e economiche dominanti. Un ruolo che ha generato un diffuso risentimento anti europeo, oggi canalizzato in vari movimenti cosiddetti “sovranisti”, ma che nulla hanno a che fare con il concetto di Sovranità sancito dai trattati europei e da molte Costituzioni fra cui quella Italiana. E’ venuto dunque il momento di fare chiarezza e spazzare il campo da false interpretazioni ed usurpazioni semantiche che hanno caratterizzato il dibattito sull’Europa negli ultimi anni, generando una gran confusione concettuale e ideologica che copre come una fitta coltre di nebbia le reali responsabilità della crisi europea e mondiale. Crisi che in realtà comincia molto lontano, perché è la crisi del modello capitalistico  basato sulla finanza fossile e speculativa.

 

LA CRISI DEFINITIVA DEL MODELLO CAPITALISTA FOSSILE E DELLA LOGICA DEL  PROFITTO ESTREMO.

Non si tratta di una crisi passeggera o contingente ma di una crisi strutturale e definitiva. L’altissima intensità di capitali richiesta per lo sfruttamento delle fonti fossili, con conseguente dispiegamento di forze militari per il controllo delle aree di approvvigionamento, ha creato una élite finanziaria mondiale che domina la scena globale in modo quasi totalmente incontrastato fin da quel 1989 quando cadde il muro di Berlino. Alla altissima intensità finanziaria del modello economico basato sui fossili ha fatto riscontro, come logica conseguenza, una bassissima intensità occupazionale. Se il lavoro lo fa la macchina e non più l’uomo, è logico che nel sistema economico il lavoro dell’uomo perda di importanza mentre ne acquisisca il grande capitale finanziario che permette di installare le macchine. Questo ha determinato una concentrazione di potere in pochissime mani e la prevalenza di logiche economiche ispirate al profitto estremo, in remunerazione del capitale, e non del lavoro dell’uomo, ridotto a variabile puramente finanziaria e dunque spendibile e comprimibile. Ecco perché per esempio, nella valutazione degli indici di salute di un’impresa, l’assunzione di nuova forza lavoro è passata da indice positivo (perché indicativa di uno stato di salute dell’azienda) a indice negativo, perché indicativo di una assunzione di nuovi impegni finanziari periodici in capo all’impresa. Il lavoro visto esclusivamente come “costo” e non più come “valore” per l’economia.

Questa logica del profitto estremo ha portato benefici a poche grandi multinazionali fossili, industriali, chimiche, siderurgiche, a detrimento della quasi totalità del resto dell’umanità, ma così facendo ha praticamente distrutto il presupposto del mercato capitalista, ossia il potere d’acquisto di larghe masse di consumatori salariati accomodati ai margine dei processi produttivi e remunerati con le briciole dei proventi stratosferici del mercato globale.

 

L’AFFERMAZIONE DELL’ULTRALIBERISMO ECONOMICO

Questo modello comincia ad entrare in crisi già negli anni ottanta, con il prevalere dell’ultraliberismo ideologico guidato da Reagan e Thatcher. Il capitalismo poteva anche scegliere una via più umana (ad esempio quella indicata da Adriano Olivetti che diceva che “la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti ma deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”) basata sulla valorizzazione del fattore umano rispetto alla remunerazione esclusiva del capitale finanziario.

Intendiamoci, questo non ne avrebbe evitato l’inevitabile collasso finale ma avrebbe certamente rallentato il suo declino.

Invece, prevalse il modello  ispirato alle teorie della scuola di Chicago di Milton Friedman basato fondamentalmente su 4 principi:

1)  Marginalizzazione del fattore umano nei processi produttivi (e decisionali) grazie allo sviluppo delle tecnologie fossili in grado di sostituire il lavoro umano con le macchine, per una economia ad altissima intensità finanziaria e bassissima intensità occupazionale nella quale l’essere umano perde di centralità mentre ne acquista la macchina e il capitale finanziario che ne permette l’acquisto.

2) Sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, per minimizzare i costi cosiddetti “esterni” dei processi energetici e industriali, con devastante impatto ambientale sociale e climatico.

3) Trasnazionalità: non ci sono stati capitalisti e stati “socialisti”, non ci sono Paesi virtuosi e paesi “fannulloni”: ci sono solo capitalismo dominante e classi dominate.

4) Controllo “militare” dei mass media per evitare la presa di coscienza collettiva e il dissenso organizzato e l’aspirazione del popolo alla sua sovranità.

 

EVOLUZIONE STORICA DEL CAPITALISMO

Il capitalismo nasce come reazione all’economia feudale sviluppatasi nel Vecchio Continente, in cui la proprietà e lo sfruttamento dei beni erano appannaggio di una casta che decideva l’accesso del resto delle persone a suo esclusivo arbitrio. In seguito alla scoperta del Nuovo Continente, il mito della nuova frontiera e della “Land of opportunities”, contribuiscono a liberare l’uomo dalla mentalità feudale e dal signoraggio. [1]

Ma quello che si presentò inizialmente come una nuova opportunità per l’ingegno umano indipendentemente dal censo, si trasformò rapidamente in una nuova e più pericolosa forma di signoraggio affermatasi grazie a fatti storici ormai unanimemente e pacificamente considerati  veri e propri crimini contro l’umanità quali:

– il genocidio dei nativi americani,

– lo sfruttamento schiavistico per secoli di centinaia di milioni di cittadini africani,

– il saccheggio coloniale delle risorse naturali dei paesi africani e del terzo mondo che è arrivato al genocidio (vedi Congo e Ruanda), ed è ancora massicciamente praticato anche dai cinesi nel nuovo formato del “land grabbing.

-la sistematica eliminazione fisica dei leader africani (ma anche non africani) che rivendicavano il protagonismo dell’Africa nello sfruttamento delle loro risorse, da Patrice Lumumba in Congo a Thomas Sankara in Burkina Faso, da Ken Saro Wiva in Nigeria a Gheddafi in Nord Africa. Questi fatti storici, vanno peraltro attentamente considerati nella valutazione dell’attuale situazione migratoria, perché è ad essi che si deve far risalire la situazione di miseria che ha messo in ginocchio le economie africane da cui fuggono i cosiddetti migranti “economici”, la cui sofferenza va considerata responsabilità storica delle economie occidentali al pari di quella dovuta a guerre e conflitti, nonché al cambiamento climatico.

Va precisato che il crepuscolo del modello economico centralizzato e verticistico del capitalismo fossile neoliberista non ha coinciso con l’ascesa del concorrente (o almeno apparentemente concorrente) del socialismo reale che anzi si è suicidato in una implosione incontenibile e non è riuscito a capitalizzare la crisi dell’altro estremo del mondo bipolare post bellico. La crisi del socialismo reale in realtà potrebbe essere vista come l’altra faccia di quella del capitalismo neoliberista: entrambi i modelli economici hanno messo il profitto ottenuto a discapito dell’ambiente e del benessere dei cittadini al centro e nei paesi di economia pianificata, i mali del neoliberismo si sono manifestati in modo spesso anche più virulento che nei paesi occidentali. Basti pensare alla tragedia di Chernobil o all’ascesa irresistibile di nuove oligarchie altrettanto fossili di quelle precedenti quali quelle di Putin in Russia. La tanto decantata Terza Via che a un certo punto ha tentato di dare una risposta alla crisi di entrambi gli estremi del bipolarismo post bellico in realtà si è risolta in una bolla di sapone incolore e inodore, e ha distrutto nel ridicolo e nell’infamia personaggi che hanno milioni di morti sulla coscienza come Bill Clinton, Tony Blair e tutta la genìa di leaderucci europei venduti alla logica del capitalismo fossile finanziario, da Mitterand a Schroeder, a Felipe Gonzales, a Massimo D’Alema. In questo senso si può dire che la fine del bipolarismo e la crisi contemporanea e reciproca di Capitalismo fossile e Socialismo reale abbiano favorito l’emergere di un mondo monopolare dominato dalle multinazionali occidentali, russe cinesi e arabe, a discapito dei propri cittadini, favorite dalle strategie delle Ur-Lodges massoniche conservatrici che  lavorano ad una restaurazione neoristocratica e oligarchica, il cui scopo è

“invertire il corso della storia, trasformando coloro che erano cittadini in neosudditi e schiavizzando sempre di più quelli che sudditi erano sempre rimasti. Aumentare a dismisura il proprio potere materiale mediante colossali speculazioni ai danni di popoli e nazioni. Assurgere essi stessi, nell’incomprensione generale di quanto va accadendo, alla gloria di una nuova aristocrazia iniziatico-spirituale dell’era globalizzata[2].

 

LA CRISI ATTUALE DEL CAPITALISMO FOSSILE FINANZIARIO

Il capitalismo attuale basato sui combustibili fossili e la loro altissima intensità di capitali, si è storicamente dimostrato capace di generare ricchezza solo a condizione di poter calpestare il lavoro e il fattore umano e violare sistematicamente diritti sociali, ambientali e umani, (fino ad arrivare come abbiamo visto, all’assassinio politico giustificato in vari modi fantasiosi).

L’attuale modello economico concentra ricchezza nelle mani di pochissimi gruppi e manager e impoverisce masse sempre crescenti di diseredati al di qua come al di là del Mediterraneo.  Alcuni dati ricordati dall’economista napoletano Emiliano Brancaccio sono particolarmente significativi di cosa possa succedere quando la logica del profitto corporate e personale prenda il sopravvento come unica leva dell’agire economico[3]: il rapporto fra il salario manageriale e quello dell’operaio nella FIAT di Valletta era di 1 a 3 (ossia il salario di Valletta era di tre volte superiore a quello medio dell’operaio della “sua” Fiat). Il rapporto fra il salario manageriale di Marchionne e il salario medio dell’operaio della Fiat attuale è di 1 a 66.000 (sessantaseimila!!!). Si è progressivamente delineato uno nuovo quadro di relazioni industriali basato sulla più sfacciata utilizzazione della competizione al ribasso dei diritti e al rialzo dei profitti in un nuovo inedito ma oggi prevalente ferocissimo darwinismo sociale.

Portando alle estreme conseguenze questa evoluzione si arriva all’attuale modello economico produttivo “jobless” che se da un lato risponde alla esigenza (fondamentale per le élites dominanti)  di eliminare la manodopera dal processo produttivo tagliandone il relativo costo economico e sociale grazie all’automazione, dall’altro però mina alla base i fondamenti del mercato capitalistico perché elimina le masse di consumatori dotate del potere d’acquisto necessario a  procurarsi i beni e servizi prodotti, e quindi distrugge la base stessa del mercato dell’economia liberale.

Fino a prova contraria, come dice Rifkin, le macchine non fanno la spesa al supermercato…

Il Capitalismo dunque, al pari di un mostro mitologico, mangia se stesso per eccesso di voracità e entra definitivamente in crisi lasciando un mondo in preda a una crisi climatica, sociale, ambientale ed economica senza precedenti nella storia. Abbiamo dunque una percentuale irrisoria della popolazione mondiale che sta distruggendo le probabilità di sopravvivenza per il resto dell’Umanità. Ecco il contesto generale all’interno del quale va letta l’attuale crisi italiana ed  Europea.

 

IL CONTROLLO TOTALE DEI MEDIA

Tutto questo però non potrebbe essere possibile se la massa di miliardi di persone danneggiate da questo modello, avesse la percezione esatta del problema.

Per scongiurare questo pericolo le élites finanziarie e fossili mondiali praticano un vero e proprio controllo militare delle fonti di informazione, fino a avvelenarle con vere e proprie “fake news” (storica quella della provetta esibita da Colin Powell alle Nazioni Unite nel 2003 nel suo discorso per giustificare l’invasione in Irak con il pretesto che Saddam fosse in possesso di armi di distruzioni di massa poi rivelatasi un clamoroso falso).

I grandi media sono tutti condizionati da proprietà appartenenti alle grandi élites, anche i media indipendenti o di proprietà pubblica che hanno bisogno di finanziamenti e pubblicità per sopravvivere. Il problema dell’indipendenza dei mezzi di informazione non può dunque essere eluso specialmente in un Paese che, come il nostro, ha affidato le proprie sorti per 20 anni (e ancora le affida) a personaggi in totale conflitto di interessi come De Benedetti, e (SOPRATTUTTO) Silvio Berlusconi, monopolista dell’informazione privata tuttora determinante nell’elezione dei vertici Rai, e presente con una forte minoranza di blocco nei processi decisionali della politica nazionale.

Allo scopo di evitare il formarsi di una coscienza sociale e politica contro questo modello economico criminale, i media vengono direzionati su false flags e questioni che rappresentano una vera e propria distrazione di massa, facenti leva sulle ancestrali paure popolari quali la paura del diverso, la paura della miseria, la paura della povertà, la paura delle invasioni straniere. Tutte problematiche che riscontriamo in modo ossessivo nelle cronache dei media attuali, guarda caso proprietà dei … soliti noti.

 

IL RUOLO DELL’EUROPA

E qui veniamo al nodo centrale di questo articolo: il ruolo dell’Europa nel 2019.

Recita un fortunato slogan di Yanis Varoufakis, “Bisogna stare in Europa per essere CONTRO questa Europa”.

In effetti, la Comunità Economica Europea (CEE) poi evolutasi in Unione Europea, e dopo la caduta del muro di Berlino allargatasi ai paesi dell’ex blocco sovietico, nasce come grande spazio di libertà, prosperità e condivisione di diritti, dopo la tragedia delle due guerre mondiali del secolo scorso sulle ali di un sogno delineato da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, e ripreso in modo parziale e frammentario nei trattati di Roma del 1957.

L’UE oggi soffre oggi di una spaventosa crisi di identità che non può essere sottaciuta nell’anno delle elezioni europee.

Nel quasi ventennio fra i 1985 e il 2003,  l’Europa ha rappresentato una speranza per milioni di giovani che l’hanno conosciuta grazie al programma Erasmus, e alle politiche progressive di un grande Presidente come Jacques Delors che affermava “L’Europe sera sociale ou ne sera pas” (=L’Europa sarà sociale o non sarà). Con questo, Delors intendeva sottolineare il concetto di sovranità europea, nel senso “spinelliano” di sovranità dei suoi cittadini, che nelle politiche di Delors rimanevano gli arbitri ultimi e i principali destinatari delle politiche europee comuni.

In quegli anni l’Europa ha sviluppato una sensibilità all’avanguardia mondiale per l’ambiente (direttive rifiuti e energia) standard di protezione sociale (salario minimo, espansione dei diritti) e valori umani.

Anche l’Unione Monetaria nello spirito di Delors era il completamento di una Unione dei diritti e delle politiche e economiche e sociali convergenti. Purtroppo quel processo che aveva toccato l’apice con la Convenzione Europea (insediata con la Dichiarazione di Laeken del 2001 e presieduta da Valery Giscard D’Estaing nel 2002), ha sofferto una imprevista battuta d’arresto dovuta al referendum francese (e poi quello olandese) che hanno bocciato la Costituzione Europea così come era scaturita dalla Convenzione.

L’Unione Monetaria è rimasta conseguentemente l’unica politica europea effettivamente implementata per molti anni, per poi degenerare in quelle inefficaci politiche di austerità con i loro parametri astratti a garanzia di una stabilità puramente finanziaria ed aritmetica, che Yannis Varoufakis definisce a ragione criminali e incompetenti.

Infatti le politiche della cosiddetta austerità hanno violato e contraddetto i principi fondamentali sui quali era nata l’Europa negli anni 50 e sui cui si era sviluppata nei decenni successivi (specialmente, ripetiamolo) sotto Jacques Delors.

Ma tali politiche di austerità della cosiddetta troika, hanno contraddetto anche se stesse (è sempre Varoufakis a ricordarlo). Infatti, i parametri di stabilità decisi a tavolino da oscuri funzionari secondo cui il rapporto fra debito e PIL non deve superare il 60% e quello fra deficit annuale e PIL il 3%, potevano essere perseguiti sia agendo sulla diminuzione del numeratore (il debito), che sull’aumento del Denominatore (PIL). Ma siccome la troika decise di imporre una applicazione totemica della riduzione del debito,  privilegiando ideologicamente  i tagli  agli investimenti, questo determinò un crollo del PIL più che proporzionale rispetto alla riduzione del debito [4].

Risultato: In Italia il rapporto debito PIL che era al 90% nel 2007, oggi è al 132%.  In Grecia prima della cura della Troika il rapporto era al 110%. Dopo la cura è al 184%.

Ma perché tutta questa insistenza sui tagli anziché sugli investimenti e la crescita? E’ ovvio: per costringere i paesi indebitati a “dismettere”. Il vero obiettivo della finanza internazionale non è la stabilità della Grecia (o dell’Italia) ma l’acquisto a prezzi di saldo del loro patrimonio pubblico e privato, autostrade, ferrovie, aeroporti, Poste, banche, isole, alberghi, infrastrutture, aziende e quant’altro.

 

IL PARADOSSO DI QUEST’EUROPA SCHIZOIDE

Possiamo dunque affermare che l’Europa ha giocato la partita dalla parte dei “cravattari” per spogliare i paesi debitori e quindi il giudizio su questa Europa non può che essere negativo.

Questa Europa ha determinato l’esplodere di “sovranismi” localistici anti europei, che nella loro contrapposizione alla “Europa dei burocrati” sostengono il ritorno a perdute e illusorie “sovranità nazionali” che, come ricordano Spinelli, Rossi e Colorno nel Manifesto di Ventotene, sono stati la principale causa scatenante dei nazionalismi e degli egoismi che hanno provocato la catastrofe bellica e la morte di milioni di esseri umani. Ma attenzione, in questa contrapposizione fra Europeismo acritico anti sovranista e Anti europeismo nazional-sovranista nessuno mette in discussione il modello economico che alimenta il disagio sociale. Ascoltate bene i discorsi di una Le Pen, di un Salvini, di un Orban. Mai sentirete pronunciare una denuncia del modello capitalista iperfinanziarizzato che condiziona le scelte nazionali e le strategie geopolitiche sul piano energetico e alimentare. Sentirete forse parlare di “sovranità monetaria” per abbattere il totem-euro, ma mai di sovranità alimentare o energetica per le comunità locali, che pure ai sovranisti dovrebbero stare molto a cuore. Nessun sovranista vuole davvero disturbare il “manovratore” e dunque incidere sulle cause reali della crisi europea, che  sono profondamente intrecciate con quella crisi del capitalismo di cui parlavo all’inizio. I sovranisti denunciano gli effetti delle politiche disastrose dell’UE, ma si guardano bene dall’indicarne le cause.

Paradossalmente, chi indica tali cause e propone soluzioni efficaci per far fronte alla crisi ambientale, climatica, territoriale e sociale è quella stessa UE che si è resa protagonista del crimine dell’austerità. Assistiamo così ad una specie di schizofrenia europea nella quale da un lato si idolatra la stabilità finanziaria riducendo sul lastrico milioni di persone e impoverendo la classe media europea, costringendo alla svendita a terzi privati dei beni comuni gli stati “indebitati”, e dall’altra c’è l’Europa della Economia Circolare, della Sharing Economy, della sostenibilità ambientale e della decarbonizzazione del modello energetico.

 

IL GREEN NEW DEAL

E qui bisogna capire una volta per tutte che le divisioni non sono nazionali ma sociali e ideologiche. Cioè non si tratta di dividersi fra greci spendaccioni  e tedeschi moralisti. Non ci sono italiani contro olandesi, o spagnoli contro austriaci. In ogni Paese ci sono movimenti e partiti che sostengono questa Europa indifendibile, e anche movimenti e partiti che hanno scelto un modo nuovo (che poi è quello originario di Spinelli) di vedere l’Europa come un grande spazio di libertà per i popoli e per i cittadini. E ancorchè minoritari, questi movimenti sono presenti in tutti i paesi europei.

Ad esempio in Germania non c’è solo la visione punitiva e speculativa di Hans Wiedeman e Wolfgang Schauble, ma ci sono anche i Verdi di Katharina Schulze,  Die Linke, di Grygory Gisy e Sarah Wagenknecht che denunciano l’Europa della finanza, e tanti altri movimenti che sono non contro l’Europa ma contro questa Europa.

Questo cambiamento necessario delle strategie europee che il Movimento Federalista Europeo ha proposto in modo lungimirante con una ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) efficacemente intitolata “Green New Deal”, è già incominciato nelle strategie europee che sono molto più avanzate di quelle di tutti gli altri Paesi su scala globale. Le otto direttive del Clean Energy Package, appena approvato a dicembre scorso (e che adesso devono essere oggetto di un processo di trasposizione nelle legislazioni nazionali) ad esempio prevedono la decarbonizazione entro il 2050 di tutti i processi produttivi in Europa, l’introduzione di nuovi modelli distribuiti di produzione energetica, il riconoscimento della figura del “prosumer” su scala europea e delle comunità dell’energia composte da cittadini, e favoriscono processi redistributivi della ricchezza, dell’energia e del potere politico, un processo che perciò, Rifkin sintetiza efficacemente nello slogan “POWER TO THE PEOPLE”. Nelle strategie europee c’è perfino una inedita lotta alla povertà energetica.

 

Il Green New Deal è già incominciato. Ma esso deve essere messo a regime e portato alla velocità superiore perché i ritorni di fiamma delle potentissime lobby petrolifere sono sempre possibili e anche probabili sia su scala europea che (soprattutto) su scala nazionale.  Bisogna cioè mettere a regime un nuovo modello di finanziamento delle infrastrutture a livello europeo, che penalizzi quelle fossili e favorisca in tutti i modi gli investimenti in quelle della Terza Rivoluzione Industriale (il che, sia detto tra parentesi, è esattamente  quello che ha fatto la Merkel in Germania e quello che non ha fatto Renzi in Italia con decreti come il Jobs Act e lo “Sblocca Italia”).

 

La spesa annuale su scala dell’Europa a 28 per le infrastrutture energetiche ammonta alla astronomica cifra di 750 miliardi di euro. Per questo i sostenitori del Green New Deal propongono che almeno 500 miliardi vengano ri-orientati ogni anno verso investimenti infrastrutturali sostenibili e non più verso quelli fossili. Il Green New Deal ha già fatto breccia nelle politiche del Partito Democratico americano deve è diventato la strategia centrale in vista delle prossime presidenziali[5].

 

Anche in Europa, cominciano a diventare sempre più evidenti le connessioni fra questo programma di investimenti verdi, e quella democratizzazione dell’Unione Europea che è l’unico modo che l’Europa ha per salvarsi da se stessa e risolvere la propria schizofrenia, determinata dalla coesistenza nei processi decisionali, di un’anima rispondente ai principi fondamentali dell’Unione, con un’altra anima che invece risponde alle esigenze e agli interessi delle lobby finanziarie, fossili e industriali.

Con il Green New Deal l’anima fossile viene denunciata, fatta uscire allo scoperto e neutralizzata. Ma perché questo ambizioso piano di riorientamento in senso sostenibile degli investimenti infrastrutturali trovi il suo adeguato spazio, è necessario cambiare la logica finanziaria e la stessa idea di stabilità economica dell’Europa. In altre parole la stabilità  non va più valutata in rapporto al rientro di un Paese europeo entro determinati parametri astratti ed aritmetici decisi arbitrariamente e scollegati dalla vita dei cittadini, ma deve essere considerata con riferimento alla effettiva soddisfazione dei bisogni dei cittadini in termini di scolarizzazione, assistenza, qualità della vita, politiche sociali, qualità dell’ambiente, rapporti umani, sanità gratuita e accessibile etc. p

 

Per questo bisogna dunque capovolgere la logica del cosiddetto fiscal compact e convergere verso un insieme nuovo di criteri che potremmo definire il “Social Compact”.

 

FISCAL COMPACT E  SOCIAL COMPACT

Allo scopo di rientrare nei parametri del patto di stabilità per la zona euro, è stato firmato un nuovo trattato nel 2012, entrato in vigore lo scorso anno, che prevede il “rientro programmato per i paesi che sono fuori dai parametri. Questo trattato è il cosiddetto Fiscal Compact, che (senza andare per le lunghe) prevede una serie di passi vincolanti (fra cui l’inserimento del pareggio di bilancio fra i principi costituzionali cosa che l’Italia ha fatto alla quasi unanimità sotto Monti nel 2012, modificando l’art. 81 della Costituzione).

Adesso, però, dopo un decennio e più di follia ultraliberista, austerità autolesionista e imposizione totemica della logica suicida del debito, è venuto il momento di rivedere tali impegni alla luce di nuovi indicatori ispirati agli obiettivi del Manifesto di Ventotene menzionati prima (prosperità e benessere dei cittadini, qualità della vita e dell’ambiente, senso di Comunità grado di alfabetizzazione etc.) ma SOPRATTUTTO alla luce degli obiettivi socio economici ricavati dall’agenda 2030 dell’ONU con i suoi 17 sustainable development goals, incredibilmente sovrapponibili ai principi di Spinelli e compagni. Quali sono questi 17 obiettivi ONU per il 2030?

1) Eliminare la POVERTA’

2) Azzerare la FAME

3) Benessere e SALUTE generalizzati

4) ISTRUZIONE di alta qualità

5) Effettiva parità fra UOMINI E DONNE

6) ACQUA potabile e infrastutture sanitrie ovunque

7) ENERGIA pulita e accessibile

8) LAVORO dignitoso per tutti nella crescita generalizzata

9) INNOVAZIONE industriale e infrastrutturale

10) Riduzione DISUGUAGLIANZA

11) Città e comunità SOSTENIBILI

12) PRODUZIONE E CONSUMO Responsabili

13) Lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO

14) Protezione della vita animale nei MARI

15) Protezione della vita animale sulla TERRA

16) PACE GIUSTIZIA E Istituzioni solide

17) PARTNERSHIP GLOBALE per gli obiettivi

 

Tutte le azioni (e le relative spese) intese a perseguire questi obiettivi sono da considerarsi un unicum, una sorta di Social Compact, che deve avere la precedenza sui parametri puramente astratti e aritmetici del Fiscal Compact, elaborando un sistema di esenzioni e deroghe di tali spese  dal computo relativo al rapporto fra deficit e PIL, che potranno essere applicate in via unilaterale o sulla base di appositi accordi di deroga tipo quello che è stato stipulato fra l’Europa e l’Italia per sottrarre al computo del rapporto deficit PIL le spese sostenute nel quadro degli interventi umanitari per il salvataggio e la cura dei migranti.

 

CONCLUSIONI

In questo modo l’Europa riuscirà a risolvere la propria schizofrenia, riscoprendo la propria funzione “sovranizzante” e battendo tutti gli ipocriti sovranismi velleitari e gli egoismi nazionali.  Infatti questi obiettivi mirano a restituire all’essere umano la sua sovranità.

In particolare la sovranità energetica, quella alimentare e quella economica.

Una boccata di aria pura dopo quasi 30 anni di follia ultraliberista, fossile, speculativa,  che  si è impadronita dell’economia reale, condizionando la politica a tutti i livelli.

Dal livello comunitario dove il sogno Spinelliano e Delorsiano di una Europa esportatrice di diritti, benessere e prosperità ha lasciato posto all’incubo del debito e della troika, fino al più piccolo comune immobilizzato da assurdi criteri finanziari che ignorano i diritti dei cittadini, i valori fondanti della Comunità Europea e, conseguentemente, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dall’ONU con l’Agenda 2030.

Ma oggi grazie alle nuove politiche europee sulla sostenibilità, l’economia circolare, la sharing economy, gli standard sociali e retributivi minimi, e all’agenda 2030 dell’ONU diventa possibile per gli uomini di buona volontà ristabilire il giusto rapporto fra economia natura e esseri umani, mettendo fine alla una deriva devastante per la coesione sociale, lo spirito di uguaglianza e il benessere umano sociale e ambientale su scala mondiale. In altre parole, diventa possibile riportare la sovranità delle lobby e la finanza, ai cittadini. Un processo che trova la sua scala ottimale a livello europeo.

Che ruolo può e deve giocare l’Italia in questo processo, a partire da questo 2019 in cui è di scena l’Europa con la discussione collettiva per Elezioni Europee?

[1]Jeremy Rifkin, IL SOGNO EUROPEO – Mondadori, 2002

[2]  G. Magaldi,Massoni: società a responsabilità illimitata, editore Chiarelettere, pp. 31-32

[3]Emiliano Brancaccio “Contro l‘apertura indiscriminata dei mercati” LIBERAZIONE 23 settembre 2010

[4])  Per quanto riguarda l’unione monetaria, bisogna ricordare che il Trattato di Maastricht introduce non solo i criteri del rapporto deficit/ debito PIL, ma ben cinque criteri di convergenza, cioè i parametri rispetto ai quali i paesi devono essere in regola per essere ammessi alla terza fase e quindi per poter introdurre l’euro.
Lo scopo dei criteri di convergenza è quello di garantire che lo sviluppo economico all’interno dei Paesi che hanno adottato l’euro risulti equilibrato, senza provocare tensioni.
I cinque criteri di convergenza appaiono in un protocollo siglato a piè di pagina del Trattato di Maastricht.

Il primo stabilisce che il debito pubblico non deve superare il 60 per cento del prodotto interno lordo.

Il secondo: il disavanzo nei conti dello Stato non può superare il 3 per cento del prodotto interno lordo.
Il terzo: l’inflazione deve essere contenuta entro il limite dell’1,5% della media dei migliori tre Stati membri.

Il quarto: la moneta nazionale deve stare dentro le fluttuazioni previste dall’accordo di cambio con le altre monete europee.
Il quinto: occorre rispettare  i margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno due anni, senza svalutazione nei confronti della moneta di qualsiasi Stato membro.

[5]Si veda questo articolo http://www.rinnovabili.it/ambiente/green-new-deal-usa/?fbclid=IwAR3eJRfNHdrQiD4ZdlPo68ly3VXOYLCoIR6RUyAWIRnO2c5mpHDu7nNx0qs

Primavera Europea in Italia

“Siamo l’associazione #PERIMOLTI, un Movimento di tante donne e uomini nato dall’esperienza di Liberi e Uguali. Siamo una comunità politica progressista organizzata con vari Comitati territoriali, che conta al suo interno deputati, consiglieri regionali e amministratori locali … Vorremmo aderire a European Spring perché condividiamo l’esigenza di una lista transnazionale che si indirizzi a costruire un’Europa alternativa all’establishment e ai nazionalisti. Condividiamo l’impostazione culturale e politica del Green New Deal volto alla transizione ecologica, sociale e democratica dell’Europa.”

Così “il Coordinamento Nazionale della rete dei Comitati Territoriali di LeU” che di recente ha dato vita all’associazione #PERIMOLTI ha ufficializzato la richiesta di adesione alla lista transnazionale European Spring.

A breve la richiesta sarà esaminata dal Council di ES e, una volta accolta, avremo un nuovo partner europeo e italiano con il quale condividere il nostro percorso. È, dunque, possibile che già in occasione del prossimo appuntamento di European Spring, l’associazione #PERIMOLTI possa prendere parte a pieno titolo ai lavori di ES.

Come DiME25 Italia salutiamo con piacere l’ingresso delle compagne e dei compagni dell’associazione con i quali da tempo si è avviata un’intensa interlocuzione e una comune posizione sull’appuntamento delle elezioni europee di maggio 2019.

Come è scritto nel loro messaggio, obiettivo dell’associazione è anche quello di dar vita ad un forza progressista “con una visione della società che travalichi i confini nazionali” e su questo specifico punto chiedono a DiEM25 Italia di condividere “un percorso costituente” e creare una piattaforma unica delle forze che rappresenteranno European Spring in Italia e “di lavorare assieme nella prospettiva di far confluire in esso altre esperienze politiche e associative.”

Su tale aspetto è già in corso da settimane un dibattito interno per valutare l’opportunità di addivenire ad un soggetto unico tra le forze italiane di Primavera Europea.

Negli incontri avuti con gli esponenti dell’associazione, abbiamo ribadito il nostro interesse ad un lavoro comune e congiunto, in qualità di esponenti italiani del progetto transnazionale di ES, e che l’eventuale nascita di una soggettività comune deve considerare: la compatibilità con le regole statutarie di DiEM25; la discussione interna di tutti gli iscritti del Movimento; la priorità, condivisa da tutti, di agire prima lo spazio per la costruzione di una lista che affronti le elezioni europee.

Già nei prossimi giorni sarà possibile condividere alcuni appuntamenti che come esponenti di European Spring vorremmo realizzare in Italia. Siamo fiduciosi che in futuro riusciremo, tutti insieme, a rafforzare il messaggio di Europea Spring, lanciare con più forza il nostro progetto del Green New Deal e la costruzione in Europa del “Terzo Spazio”.

Diamo il nostro benvenuto a #PERIMOLTI e buon lavoro a tutte e tutti noi.

DiEM25 per Antonella Bundu sindaca di Firenze

Da Firenze parte la sfida per una politica coerente, unita e aperta al mondo.

DiEM25 incontra nella candidatura di Antonella Bundu a sindaco di Firenze la figura che meglio interpreta quei valori di apertura, solidarietà e umanità che il movimento ha sempre fatto propri. Antonella è una militante antirazzista e di mille battaglie sociali, nata a Firenze, da bimba e ragazza dapprima cittadina di Freetown in Sierra Leone, poi dei ghetti neri di Liverpool, per tornare poi nuovamente a Firenze.

La grande novità dell’ampiezza dello schieramento in appoggio alla candidatura di Antonella Bundu si allinea perfettamente a quanto cercato da DiEM25 nei diversi contesti amministrativa cui partecipa: unità e coerenza attorno a un nuovo progetto civico. Siamo certi che questa candidatura riuscirà a rappresentare quell’alternativa necessaria tanto alle politiche di continuità dell’amministrazione Renzi-Nardella quanto alla crescita del razzismo leghista che ne è la diretta conseguenza. Contro entrambi saremo in grado di aprire quel terzo spazio a cui DiEM25 ha sempre tenuto e che nella città del rinascimento, medaglia d’oro della resistenza e operatrice di pace nel mondo, è frutto più dolce.

DiEM25, con le sue strutture fiorentine, nazionali ed europee, si sente pienamente impegnata nella campagna elettorale e scenderà direttamente in campo per Antonella.

Il Programma: un Green New Deal per l’Europa e per l’Italia

“Iniziate a cucinare, la ricetta seguirà”. Così ha esordito Brian Eno durante il primo lancio di DiEM25 nel febbraio 2016 a Berlino.

Ed ora la ricetta è arrivata. Dopo mesi di lavoro collettivo insieme a tutti i partner di Primavera Europea, la nostra alleanza transnazionale, e dopo aver esaminato centinaia di commenti e proposte ricevute dai nostri iscritti, siamo finalmente arrivati a destinazione.

Il Green New Deal è pronto e disponibile in italiano. Potete scaricare qui sotto il PDF contenente la bozza del programma completo. Siamo ancora all’opera per migliorare la traduzione italiana e impaginare il testo nel migliore dei modi. E per includere un sommario che presenti le proposte principali in sole due pagine.
Ma non volevamo farvi aspettare. Ed ecco dunque il Green New Deal. Un programma capace di rimettere al lavoro un continente e trasformare alla radice un sistema in bancarotta. A partire da domani. Un programma capace di salvare l’Europa da sé stessa, trasformandola.

FRITTO MISTO SOVRANISTA. DA UNA RICETTA DI LUCA DE MARCHI

Mantova ha appreso che sabato, il consigliere Luca De Marchi distribuirà frittelle ai solo bambini di “pura razza italica”. Non è la prima volta che l’esponente di destra traduce  in maniera così squallida il già penoso motto “prima gli italiani”. E non sarà la prima volta che la cittadina virgiliana verrà messa alla ribalta delle notizie nazionali per le sue iniziative. D’altronde De Marchi sembra essere mosso solo da un infantile bisogno di far parlare di sé. La cronaca cittadina è piena di episodi di questo tipo, da quando augurava ai militanti della sinistra radicale e anticapitalista di essere mandati ad Auschwitz; a quando coprì con degli slip i manifesti di una mostra artistica ritraenti Monna Lisa in versione transgender; o quando fu espulso da Casa Pound per aver sostenuto il Gay-Pride di Mantova. Si, perché abbiamo a che fare con un vero e proprio viaggiatore della destra, passato dall’essere un secessionista padano, ad autonomo di destra poiché cacciato dalla Lega Nord, fino a cavalcare l’onda (rivelatasi poi asciutta) di Casa Pound alle elezioni del 4 marzo. Proprio il cattivo responso elettorale fu la causa per cui decise di farsi cacciare dai neofascisti del terzo millennio, aderendo strumentalmente al Gay-Pride e virando in direzione Fratelli D’Italia.

Da questo semplice quadro, sembrerebbe emergere il profilo di un personaggio da baraccone, e non ci si allontana molto dalla verità. Preoccupante, in verità, è il fatto che abbia un posto in consiglio comunale. Proprio dalle sedie della rappresentanza cittadina, De Marchi ha dato il “meglio” di sé, con uscite scomposte e al limite del legale, come quando auspicava “olio di ricino e manganello” al posto del DASPO urbano per chi avesse commesso il reato di ubriachezza molesta (provvedimento promosso dalla giunta a guida PD circa un anno fa).

Sicuramente sabato, a Mantova, ci sarà da ridere, ma non sarà una giornata divertente. Ciò che manifesta De Marchi è la deriva sub-culturale che investe la società e la politica italiana, per cui un personaggio di tale risma, intriso di razzismo, machismo, sessimo e violenza verbale si senta in diritto di esternare una visione del mondo così bieca e meschina.

Ci saranno bambini e bambine che avranno le frittelle, altri no. Ci saranno genitori che avranno educato le nuove generazioni all’odio razziale. Altri no, e noi crediamo saranno la maggioranza.

Ci saranno anche le vere vittime: le frittelle! Già perché a Mantova come altrove, esse erano un cibo dei poveri, degli ultimi. Un modo per alleviare le miserie alimentari  e un dono che gli adulti facevano (e continuano a fare) ai più piccoli. Nella loro semplicità , le frittelle sono un simbolo di speranza per il futuro, un futuro che non appartiene a De Marchi ed a suoi accoliti, non appartiene ai nostalgici di un ventennio passato; ma che, da sempre, appartiene alle nuove generazioni, meticce e multiculturali, embrione ed energia della nuova Italia e della nuova Europa!

Mirko Rauso – DSC Mantova1

DiEM25 e movimento degli “autoconvocati” LeU: buona la prima!

Riportiamo una Nota sull’incontro svoltosi il 10 febbraio a Milano tra DiEM25 e il Coordinamento Nazionale della rete dei Comitati Territoriali di LeU.

Il Coordinamento è nato dal basso, dal cosiddetto movimento degli “autoconvocati” che, a seguito della disgregazione di LeU, ha espresso l’intenzione di continuare il percorso politico, al di là dei partiti che lo componevano (partiti che, nel frattempo, come è noto, sono andati ognun per la propria strada).

L’incontro è avvenuto a seguito di precedenti incontri informali, il primo dei quali a Torino, il 19 gennaio scorso, a latere del convegno nazionale di DiEM25 sui temi del lavoro.

Successivamente, si è avuto un incontro a Roma tra i parlamentari Francesco Laforgia e Luca Pastorino (che si sono messi a disposizione degli “autoconvocati” e del Coordinamento) con Lorenzo Marsili (in qualità di copresidente di European Spring) e Andrea Serra di DiEM25 Italia. L’incontro ha ribadito la disponibilità reciproca a valutare un percorso comune e una partnership politica attraverso l’adesione a European Spring del nascente soggetto politico a cui il Coordinamento degli “autoconvocati” darà vita.

Proprio per rendere ufficiale tale interlocuzione, si è organizzato l’incontro di Milano con delegazioni più ampie.

All’appuntamento erano presenti, per l’Ala di DiEM25: Andrea Serra, Alessandra Vincenti, Federico Dolce, Martina Tarozzi, Michele Fiorillo; presenti anche Francesca Lacaita (coordinatrice DSC Milano), Luca Gallo (coordinatore regionale Piemonte) e Massimo Lozzi (DSC Como).

Il Coordinamento era rappresentato da vari esponenti territoriali, provenienti da: Roma, Torino, Milano, Reggio Emilia, Trento, Bergamo, Monza, Puglia. Tra questi, Maurizio Cosenza e Antonella Pancaldi (tra i primi animatori del movimento degli “autoconvocati”) il Senatore Laforgia e l’ex Senatrice Lucrezia Ricchiuti.

La sintesi dell’incontro è riportata in nota. Qui vale la pena sottolineare il clima positivo e l’ottimo livello di discussione e armonia registrato in tutti gli interventi che si sono svolti in circa 3 ore di incontro.

Oltre a confermare il comune interesse a lavorare assieme e la possibilità di allargare la famiglia di European Spring, un altro tema discusso è la possibilità di valutare un maggior coinvolgimento anche da un punto di vista organizzativo.

 

Nota congiunta

Milano 10 febbraio 2019

Oggi a Milano si è tenuto il primo incontro tra alcuni rappresentanti del Coordinamento Nazionale di DiEM25 e una delegazione del Coordinamento Nazionale della rete dei Comitati Territoriali di LeU.

Al centro dell’incontro l’analisi della situazione politica in vista delle prossime elezioni europee e di quella italiana. I partecipanti hanno condiviso la preoccupazione dovuta alla frammentazione del quadro politico delle forze progressiste ed ecologiste e la necessità di realizzare da subito un percorso e spazi di confronto comuni. Condivisa è anche l’esigenza di costruire un fronte ampio, coerente e credibile che contrasti le destre nazionaliste e xenofobe e che sia allo stesso tempo alternativo ai “fronti repubblicani” di impianto neoliberista.

Si è inoltre ravvisata l’opportunità di proseguire il confronto in maniera intensa, a partire dalla prospettiva di aderire alla lista transnazionale “Primavera Europea- EuropeanSpring” e all’Internazionale Progressista lanciata Yanis Varoufakis e dal Sanders Institute.

Foto ricordo di un incontro dal titolo “Ripariamo l’ambiente, rilanciamo il lavoro”

Ecco un album di testimonianze dell’incontro che si è tenuto a Roma, il 26 gennaio scorso, alla Città dell’Altra Economia.

Lorenzo Marsili – di rientro da Berlino, dove era stato appena varato il programma transnazionale di European Spring, che DiEM25 presenterà alle prossime elezioni europee – ha aperto gli interventi. Ha trasmesso gli elementi qualificanti del Green new deal che – con la sua ampia portata finanziaria – sarebbe capace di invertire la rotta rispetto all’inerzia politica attuale, sia sul versante della transizione ecologica, sia sul rilancio del lavoro e dell’occupazione.

Ha trasmesso con incisività come sia possibile passare dal business as usual di un’Unione Europea, ingessata dalla competizione intergovernativa, a un nuovo corso. Il New Deal per l’Europa, non contiene proclami o vacue aspirazioni, ma soluzioni concrete alla crisi politica, sociale, economica ed ecologica del continente. Il New Deal per l’Europa consentirebbe di realizzare una massiccia politica di investimenti verdi, attraverso progetti diffusi e capillari di rigenerazione urbana, di tutela del territorio, di rinascita delle comunità locali e di prevenzione rispetto a fenomeni sismici e catastrofali, senza bisogno di uscire dall’attuale quadro dei Trattati europei.

C’è stata una forte condivisione, da parte di tutti i relatori, sull’esigenza di affrontare a livello continentale la conciliazione necessaria tra giustizia sociale e giustizia ambientale. Sia Alessandra De Santis di A SUD, sia Annalisa Potetti del Centro Studi di Possibile hanno sottolineato come, sotto l’impulso della regolamentazione europea, la tutela a favore dell’ambiente sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Ma entrambe hanno sostenuto che il tempo è poco, “la casa brucia” e lo sforzo va moltiplicato: nella completa riconversione energetica, nel sostegno alle sole fonti rinnovabili, nell’integrata gestione dei rifiuti, nella promozione della diffusione dell’economia circolare e, più in generale, nell’affermazione di modelli di sviluppo rispettosi dell’ambiente e dell’uomo. Tutti questi interventi non solo “curerebbero” l’ambiente, ma generebbero un impatto positivo, sia sotto il profilo occupazionale, sia dell’etica del lavoro.

L’intervento critico del Professor Sergio Cesaratto – unico tra i relatori ad evocare un ritorno alla sovranità nazionale nelle scelte di politica economica, come forma di protezione dalle politiche deflazionistiche di un’Europa a trazione tedesca – è stato vivacemente contestato dal pubblico presente, da Lorenzo Marsili, ma anche dall’esperienza diretta di Fabrizio Potetti del Coordinamento Regionale della FIOM. Lui ha sottolineato come il sovranismo in economia cozzi con la realtà produttiva: le relazioni sindacali hanno ormai assunto una dimensione europea, poiché sempre più spesso il sindacato si trova a dover negoziare le proprie rivendicazioni con controparti datoriali che hanno sede all’estero. E le piattaforme fondamentali – ha aggiunto Potetti – si fanno avanzare soprattutto attraverso strette relazioni con omologhi sindacati in altri Paesi comunitari. Il rappresentante sindacale ha poi riconosciuto come il caso dell’ILVA abbia segnato un punto di svolta per il sindacato: ha imposto ai rappresentanti dei lavoratori un profondo ripensamento che impone di superare la nemesi tra obiettivi occupazionali e scelte di tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

L’intenso pomeriggio si è concluso con la proiezione di “In the same boat” di Rudy Gnutti. Con un suggestivo linguaggio, alto e iconico, il docu-film ha sancito l’inefficacia di risposte limitate all’ambito nazionale, rispetto a problemi strutturali che investono il mondo intero. Le voci di grandi pensatori, del calibro di Atkinson,  Bauman o Mujica, hanno ammonito che il sovvertimento generato da questioni planetarie quali la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e digitale, la mancanza di lavoro o l’attuale iniqua distribuzione del reddito, non consentono risposte semplici, limitate a un solo Paese. C’è bisogno di un cambio di paradigma a livello internazionale. C’è bisogno di ridare speranza e ambizioni collettive alla possibilità di cambiare il destino, per perseguire un benessere diffuso e per salvare il pianeta dall’autodistruzione. C’è bisogno di immaginare un nuovo corso dell’intervento pubblico, rivisitando quello proposto negli anni trenta da Keynes.

 

Antonella Trocino –







DSC Roma2

Radicale è globale

Il problema del pensiero ‘radicale’, spesso, è quello di restare schiacciato tra opzioni binarie: pro o contro, tutto o niente. Detto in altri termini, finisce vittima del divide et impera. Il caso dei sovranismi in generale e dei loro riflessi di sinistra in particolare è lampante.

Che l’euro sia stato progettato e realizzato male è un fatto; che la UE soffra di un enorme deficit di rappresentanza e di ‘democrazia’ è sotto gli occhi di tutti.

Che la soluzione a questi problemi enormi sia ‘rompere i trattati’, viralizzare la ‘Brexit’, disarticolare tutta la UE è, invece una follia.

Forze politiche che a stento superano la soglia di sbarramento del 4% e si dicono democratiche pretendono di reggere l’urto di un collasso della UE.

L’infantilismo che affligge la sinistra, in Italia più che altrove, risiede proprio in questo assurdo delirio ideale e nel conseguente scollamento da qualsiasi pragmatica politica. L’elettore non è stupido.

Se un’architettura che governa su 500 milioni di Europei non funziona, gettarla alle ortiche con tutto ciò che ne consegue per gli stessi 500 milioni, non è la risposta: gli effetti sarebbero semplicemente non governabili e creerebbero un enorme buco nero dove la democrazia e con essa la pace verrebbero inghiottite: la UE va riparata. Dobbiamo promuovere il ‘riuso’ delle istituzioni.

La UE e per estensione tutte le istituzioni ‘super statali’ come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’ONU, ecc.. sono nate all’indomani del secondo conflitto mondiale nell’intento di dare al mondo una nuova civiltà giuridica e politica per realizzare un progresso di pace, diritti e sviluppo che mettesse fine al pericolo che un delirio di nazionalista e tirannico come quello tedesco potesse ripetersi nella storia. I nuovi diritti universali sono altrettanto importanti che la scoperta di una nuova cura contro un male considerato fino ad oggi inguaribile: sono progresso della scienza politica.

Certo non si può dire che sempre tutto abbia funzionato come doveva. Il FMI e La BM all’indomani di Bretton Woods sono state ‘dirottate’ verso un neoliberismo rapace ed imperialista, lasciando le proposte di J.M Keynes cadessero nel dimenticatoio, permettendo al capitalismo estrattivo e finanziario di porre le basi per l’ennesimo ciclo di crisi che ha generato bagni di sangue.

Il pensiero ‘radicale’ questa analisi l’ha fatta da tempo, correttamente, e da tempo ha messo in campo lotte importanti, sacche di resistenza che faticano a reggere l’onda d’urto dei populismi che si stanno facendo braccio armato degli interessi del capitale in crisi.

Non c’è un blocco sociale con una massa critica sufficiente a sostenere questo impatto, né si intravvede all’orizzonte, un elemento davvero coagulante delle lotte che anzi vanno ‘localizzandosi’ sempre di più, fino a giungere alla difesa disperata e di retroguardia.

Ecco allora l’importanza di ‘impadronirsi’ delle Istituzioni Super Statali e riorientarle alla difesa delle persone e di una economia sostenibile e sociale.
Istituzioni internazionali pensate per confrontarsi e regolare le Super Potenze in conflitto e che vanno, semmai, rafforzate perché sono le uniche in grado di resistere e negoziare con le forze economiche che hanno sviluppato un ‘sistema nervoso globale’ in grado di fare pressione sugli Stati attraverso leve giuridiche, finanziarie e militari. Istituzioni che vanno usate per mettere in campo politiche di resistenza e difesa.

Non è indebolendo ‘il diritto pubblico’ internazionale, smantellando le istituzioni che lo producono, che si possono fronteggiare le sfide che abbiamo di fronte: clima, energia, economia solidale, migrazioni e resistere ala volontà divoratrice degli interessi privati che, per la prima volta nella storia, hanno la concreta possibilità di imporsi ‘legalmente’ uccidendo definitivamente la democrazia come categoria politica.

È in atto un tentativo di ‘privatizzazione’ del diritto pubblico.

La proliferazione di trattati bilaterali per investimenti ed accordi commerciali basati sull’Investor-state dispute settlement (in sigla: ISDS; traducibile in italiano come Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) è la nuova frontiera sulla quale si sta preparando un nuovo dominio del capitale privato. Il TTIP, CETA ecc… sono in fase avanzata di negoziazione e per fermali bisogna sedersi ai tavoli di negoziazione.

Sgretolare istituzioni internazionali in cui invece sarebbe possibile trovare la composizione di interessi politici comuni, rappresentati da istituzioni democratiche, rischia di avviare una stagione di trattative bilaterali, con 10, 100, 1000 ‘Brexit’, tra governi nazionale strozzati finanziariamente un una miriade di soggetti portatori di interessi privati è il modo migliore per garantire a questi interessi una vittoria schiacciante.

La battaglia va combattuta per conquistare gli spazi democratici e di rappresentanza in seno alla UE e agli altri organismi internazionali per poi modificarne l’architettura in senso democratico.

Questa è la battaglia per un ideale in pericolo più alto di qualsiasi altro interesse: la democrazia

Questo è l’obbiettivo del Green New Deal, della Progressive Agenda di DiEM25 e di European Spring, per questo stiamo dialogando con tutti coloro che si riconoscono a livello globale in questo ideale di politica che rilancia su scala planetaria il tema della democrazia.

Per questo chiediamo unità, coraggio e visione politica di ampio respiro e lungo periodo . Per questo vogliamo riscrivere la storia del dopoguerra e difendere la democrazia nel mondo. La democrazia non si esporta a suon di bombe ma si conquista nei parlamenti e negli organi di governo.

Fabio Masetti
Assemblea Nazionale Ala Elettorale DiEM25